Anna Pacifico: Sul fallimento dell’Europa 

“Paradossalmente, “la legge” e “l’economia” sembrano avvalersi di diritti di gran lunga superiori alle persone fisiche. Di fatto costituiscono per noi tutti una seria minaccia, più che essere scienze al servizio delle nostre comunità. Basta leggere il Leviatano di Hobbes.”
Il fallimento delle politiche androcratiche

Per essere stato concepito come accordo dei deboli per difendersi dall’oppressione dei forti, il diritto positivo, fondamento delle democrazie, presuppone una disparità di forze e di orientamenti utilitaristici nelle comunità per risolvere le quali è necessario far ricorso alla forza. Così che viene da chiedersi: fu mai pensata una norma per prevenire il consolidarsi di tali presupposte ‘forze del male’? La necessità della norma è andata infatti consolidandosi nei secoli in senso direttamente proporzionale all’aumento della conflittualità sociale, presupponendo una escatologia del confliggere dei deboli contro i forti, necessitante di una normazione ad oltranza, fino alla trasformazione dei deboli in forti/legislatori. Esemplari, per comprendere tale ‘trasformazione’, sono i rivoluzionari di ogni epoca.

 

Fu a partire grosso modo dalla Rivoluzione francese ad oggi, che l’azione legislativa si è uniformata esclusivamente all’interesse economico, volto alla conquista di ciò che non possediamo, imponendo alla natura i più astrusi artifici partoriti dalla mente umana. Fine del diritto è stato e continua ad essere quello di salvaguardare gli interessi dei cosiddetti ‘poteri forti’, consentendo ai mega gruppi finanziari di sottrarre al nostro pianeta risorse utili e farle passare come necessarie per il bene comune, ai governanti di ingaggiare guerre per esportare la democrazia, alle corporations di esigere regole vantaggiose per realizzare profitti. Un ottuso ‘darwinismo sociale’ nega agli esseri ritenuti ‘deboli’ il lavoro giustamente retribuito e il sostentamento. Nella comunità umana, noi donne per prime siamo state private di autorità e di diritti, per ottenere i quali abbiamo lottato e continuiamo a farlo.

Come non riconoscere che i rapidi mutamenti dei sistemi sociali, nel XX e XXI secolo, e dunque dei desideri e dei bisogni individuali, sono stati e sono orientati dal mainstream del pensiero dominante padricentrico? Tra i cittadini delle aree più ricche del nostro pianeta, come in quelli delle aree più povere, e persino nella nostra UE, che dello spirito comunitario primigenio ha perso ogni traccia, va sempre più diffondendosi un profondo senso di impotenza e di frustrazione di fronte all’arroganza dei potenti che spesso si risolvono in forme di drammatica sopravvivenza o esplodono in atti conflittuali. I giovani, tra i soggetti ‘deboli’ del sistema, pagano il prezzo più alto, resi incapaci di orientare la coscienza critica e l’esercizio del senso di responsabilità in una ‘scuola azienda’, che non infonde loro l’amore per il sapere ma il criterio dell’efficientismo e della mera competizione. Essi vanno perdendo, in tal modo, il senso della partecipazione e quello etico, scoraggiati da un potere sempre più corrotto e/o separato dai bisogni della vita reale. 

La tanto auspicata globalizzazione mostra il volto di un Leviatano, quel prodotto dell’arte umana che, imitando l’uomo naturale, riesce a spingersi oltre i confini di una semplice riproduzione meccanica, come quella di un orologio. Risultato di questo atto creativo, la cui ratio consiste nel superamento della imperfetta condizione naturale, era, secondo Hobbes la comunità politica o stato: «Magnus ille Leviathan, quae civitas appellatur, opificium artis est et homo artificialis, quanquam homine naturali, propter cujus protectionem et salutem excogitatus est, et mole et robore multo major» (Lev., Intr., in O. L., III, p. 1).

La filosofia patriarcale aveva ed ha ben chiari i suoi fini.

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